Rilancio su VitaminaPubblica un mio articolo pubblicato in esclusiva per LoSpazioDellaPolitica. Voi quale lettura scegliereste? Una, tutte… o nessuna?
1. Wikileaks e Cappuccetto Rosso. Quando analizzava le fiabe, Propp sosteneva che avessero una struttura ricorrente: mancanza, competenza, performanza, sanzione. L’affaire Wikileaks non fa altro che riprodurre, in ambito informativo, la struttura di una narrazione già nota. Il protagonista si trova in una situazione di difficoltà; gli mancano i mezzi per difendersi, è sotto attacco!; il valente eroe si difende, schiva i colpi; infine, è finalmente riportato sul trono, con il plauso generale. Ah: il protagonista è Assange o la diplomazia?
2. La scoperta dell’acqua calda. Delle fiabe abbiamo sempre conosciuto la fine, eppure abbiamo desiderato ascoltarle ripetutamente. I protagonisti dell’isteria Wikileaks conoscono bene, presumibilmente, l’esito della narrazione: i politici sanno di essere criticati ma reintegrati, Assange di essere perseguitato ma idolatrato, il pubblico di essere stupito e poi annoiato. L’umanità ha bisogno di rituali, di classificare l’incomprensibile, di essere rassicurata. Wikileaks non ha rivelato nulla di sconvolgente. O forse sì. Ma, anche se fosse, i contenuti sono stati immediatamente neutralizzati.
3. La fonte è la fonte. A esser degno di nota non sono gli scambi tra i diplomatici, ora diventati di dominio pubblico. A essere rilevante è che i media, pubblicando i carteggi, hanno parlato di loro stessi. Citando Mrs.C. che discute dei festini di Mr.B., la stampa parla di se stessa. Fornendo la prova – i files – che ciò che porta quotidianamente all’attenzione dei lettori sono notizie di rilievo. D’altronde, ne parlano pure i diplomatici! E chissà, forse esistono uomini e donne che la fanno davvero, la diplomazia. Che tutelano i Paesi e i popoli. Che non trasformano conversazioni da sala d’attesa in argomenti segreti. Questi, però, non fanno notizia.
4. Stop freaking out about Wikileaks. It’s just wiki. Su Wikipedia è definito wiki “un sito web (o comunque una collezione di documenti ipertestuali) che viene aggiornato dai suoi utilizzatori”. Leak è la perdita, dove c’è perdita alcuni raccolgono, Wikileaks ripubblica. In tanti, ripubblicano. Con questa forza, Assange ha sfacciatamente detto che, se gli dovesse accadere qualcosa, “100mila persone avranno il compito di divulgare altri files segreti”. Ma dai, davvero le persone sono capaci di aggregarsi, collezionare informazioni e condividerle? Che-incredibile-scoperta! Come si chiama? World Wide Web.
5. La vera censura? Il rumore. Gli articoli pubblicati su Wikileaks sono migliaia. Nonostante alcuni sostengano che la pubblicazione dei carteggi sia una vittoria per la democrazia e la libertà di informazione, si tratta in realtà di una sconfitta. I lettori di questi messaggi, e prima ancora i diffusori, sono gli artefici di una sottilissima censura: quella che Umberto Eco chiama la censura del rumore. Un tempo si ometteva di parlare di problematiche reali attraverso l’imposizione del silenzio. Oggi, attraverso il sovraccarico, la confusione, la sovrapposizione di più verità, il rumore. Di questo scriverò nel mio prossimo libro. Se avrete ancora spazio per notizie nuove, vi terrò aggiornati in merito.

Assolutamente d’accordo. La tua analisi lato media è sintetica e tocca tutti i punti rilevanti. Personalmente credo che lato comunicazione il pericolo più grande sia proprio questa nuova subdola forma di censura in cui si usa l’overload informativo per generare confusione e rumore di fondo.
Grazie Mushin per il tuo puntuale commento. Come se ne esce, secondo te, dalla censura del rumore?
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